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Guado: dalle corti rinascimentali al bio-beauty

Oro blu del Montefeltro: è questa la suggestiva definizione del guado, un pigmento naturale che dall’XI al XVII secolo ha dominato la tintura dei tessuti in Europa. L’Isatis tinctoria, nome scientifico della pianta da cui il colore è estratto, rappresentava all’epoca l’unica risorsa del continente da cui fosse possibile ricavare il colore blu.

Sebbene la regione storica del Montefeltro includa la provincia di Pesaro e Urbino e alcune zone dell’Emilia-Romagna, della Toscana e della Repubblica di San Marino, la zona privilegiata per la coltivazione del guado era soprattutto l’Umbria e le aree appenniniche delle Marche settentrionali.

Oggi diverse realtà, attive in settori che spaziano dal tessile alla cosmetica, stanno riportando in vita il guado, insieme alle antiche tecniche di estrazione del pigmento. Dietro questa tinta naturale, tuttavia, si cela una lunga storia di ascese e declini.

Il colore del prestigio: la storia di una rivoluzione estetica

Le proprietà tintorie della pianta del guado erano note sin dall’antichità, soprattutto in Medio Oriente, Nord Africa e India. In Europa, invece, la sua diffusione esplose solo nel tardo Medioevo.

Un ritardo che ha una spiegazione ben precisa. Infatti, malgrado il blu sia diventato simbolo di nobiltà e prestigio a partire dal XIII secolo, in precedenza si associava al ‘barbaro’ e al nemico. Greci e Romani, infatti, lo disprezzavano, prediligendo il rosso.

Quando questa concezione cambiò, si promosse la coltivazione dell’Isatis tinctoria, che assunse una rilevanza fondamentale per l’economia europea. È un’eredità che possiamo ancora ammirare: il celeste guado, infatti, domina i ritratti medievali e rinascimentali, vestendo figure religiose e grandi personalità delle corti.

A testimonianza di questa capillarità produttiva ci sono le 50 macine di pietra da guado recuperate nelle zone montuose della provincia di Pesaro e Urbino. Inoltre, disponiamo di documenti d’archivio che ne raccontano le meticolose tecniche di coltivazione.

L’estromissione del guado, tra l’indaco delle Indie e la rivoluzione sintetica

Nel XVI secolo si verificò il primo declino per il guado a causa dell’importazione dell’indaco, un pigmento arrivato dalle Indie a un prezzo nettamente inferiore. Rispetto alla produzione locale, l’estrazione del colorante dalla pianta di Indigofera risultava più immediata e la lavorazione decisamente più semplice.

Prima dell’oblio definitivo, vi fu però una parentesi di inaspettata rinascita, che coincide con il Blocco Continentale del 1806 disposto da Napoleone e durato fino al 1814. In quegli anni, l’imperatore vietò il commercio con l’Inghilterra, spronando l’autosufficienza delle nazioni sotto il suo controllo per non dipendere dalle merci britanniche.

Questa strategia favorì la coltivazione di numerose colture, inclusa quella del guado, che tornò a rappresentare una fonte di guadagno per agricoltori e imprenditori locali. Vennero persino stanziati ingenti premi in denaro per chi fosse riuscito a trovare metodi più rapidi e redditizi per ricavare il pigmento.

A fine Ottocento, tuttavia, il guado iniziò a perdere terreno fino a scomparire di nuovo quasi del tutto dai cicli produttivi. Il motivo? Questa volta, la sfida non arriva da un’altra pianta concorrente, ma dalla rivoluzione dei coloranti sintetici.

I prodotti industriali, oltre a essere meno costosi, garantivano una tenuta maggiore, estromettendo di fatto i pigmenti naturali dal mercato. La svolta scientifica fu definitiva: nel 1878 venne mappata la struttura molecolare dell’indaco e, nel giro di pochi anni, la produzione di sintesi su scala industriale divenne la norma.

Come nasce il pigmento del guado

Per comprenderne le fortune e le alterne vicende nel tempo, è necessario conoscere il processo di estrazione del pigmento dalla pianta di guado, caratterizzata da un ciclo di vita biennale.

Sebbene i precursori del colorante siano contenuti nelle foglie, il blu si forma solo durante la lavorazione. La concentrazione iniziale è tuttavia minima: per ottenere una quantità di colore soddisfacente, sono necessarie almeno quattro raccolte per stagione, effettuate a distanza di circa venti giorni l’una dall’altra.

Oggi, la prima fase consiste nella macerazione delle foglie in acqua calda. Dopo la filtrazione, è essenziale alzare il pH aggiungendo calce spenta o soda caustica. Si passa poi all’ossigenazione, per far sì che il contenuto presente nelle foglie si ossidi, sprigionando il colore.

Il pigmento, non essendo solubile, precipita sul fondo del contenitore. Per poterlo raccogliere in forma solida, si procede con l’asciugatura all’aria; il composto si ripone poi in barili chiusi per alcune settimane, così da perdere l’umidità in eccesso. Trascorso il tempo necessario, il colorante viene asciugato ancora una volta, prima di venire ridotto in polvere e poter essere finalmente utilizzato.

In passato, la lavorazione era ancora più complessa e faticosa. Infatti, dopo aver ridotto le foglie in poltiglia, questa deve essere lasciata riposare per qualche settimana su un piano inclinato per dare inizio alla fermentazione. Il controllo costante era fondamentale: bisognava assicurarsi che non si formassero incrinature sulla superficie, che avrebbero provocato la proliferazione di parassiti.

La pasta veniva poi modellata in pani chiamati coccagne, lasciati fermentare ulteriormente in luoghi ben ventilati e ombreggiati. Dopo qualche settimana, era il momento di macerarle, mescolando il trito con acqua, urina e vino; dopo quindici giorni di decantazione, la pasta di guado era pronta per l’essicazione e la riduzione in polvere.

Bio-beauty e moda etica grazie all’utilizzo del guado

Dopo un lungo silenzio, il guado sta sperimentando oggi una vera e propria rinascita. L’Isatis tinctoria è infatti tornata al centro dell’attenzione, grazie alla sua straordinaria versatilità e al suo basso impatto ambientale.

Nelle Marche, ad esempio, diverse realtà d’eccellenza sfruttano le proprietà del colorante per tingere i tessuti con tecniche a zero emissioni o per creare prodotti beauty a base di guado, come saponi e creme per la skincare. Oltre al pigmento, oggi si valorizza anche l’olio estratto dai semi, ricchissimo di acidi grassi essenziali che offrono proprietà lenitive e rigeneranti per la pelle.

Questa filiera rinnovata, dunque, rappresenta il recupero di una tradizione che trasforma un’eredità medievale in una risorsa preziosa per il futuro del territorio.

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